Umberto Lavezzari
Umberto Lavezzari — La mia Liguria: 1930-1958 anche altre incongruenze con il piano originale, il geometra comunale si rifiuta di rilasciare l’abitabiltà dello stabile. Giovanni, direttore responsabile dei lavori, incolpa i muratori, che a suo dire hanno cambianto i piani senza avvisarlo, e accusa di pignoleria e intransigenza il geometra, che non vuole chiudere un occhio, ma che li chiuderà tutti e due quando intascherà sottobanco una congrua tangente. A Linda, che non incontrerà mai il famigerato ispettore, rimarrà sempre il dubbio sull’esatta somma effettivamente pagatagli dal marito. Finiti i lavori e ottenuta l’approvazione del Comune, i due appartamenti nuovi di sopra, il pianoterra e il primo piano, compresa la stalla e la villa, vengono affittati a tre famiglie diverse. Con queste proprietà locate in rendita continua, Giovanni si sente ricco. Elegante, compiaciuto e sorridente, va a Preli una volta al mese a riscuotere le pigioni. Ma di fatto le spese continuano a superare le entrate, e la famiglia è costretta a traslocare dall’appartamento di corso Sardegna a Preli. Partiamo in quattro: papà Giovanni, mamma Linda, nonno Umberto (il padre di Linda) ed io. Era il 1933, ed io avevo tre anni. Ricordo il giorno dell’arrivo a Preli come fosse ieri. Procedevamo a piedi, faceva caldo, la strada era lunga e ripida, pareva non finire mai. Mia madre, carica di borse e fagotti, era stanca e di malumore. Anch’io protestavo. Ad un certo momento, non potendo più sopportare la mia lagna, Linda depone il carico a terra e mi dà una sonora sculacciata. Arrivati su, ci siamo sistemati al pianoterra e al primo piano, e abbiamo preso possesso della stalla e della villa. Qui rimarrò fino alla partenza per la Svizzera nel 1955. Abitavamo a Preli da alcuni mesi quando a novembre è morto il nonno Umberto. Il suo ricordo mi è scolpito nella mente come uno dei più belli della mia infanzia, tanto era sempre affettuoso con me. La mattina prima di andare al lavoro mi chiedeva cosa desideravo mi portasse la sera, ed io potevo scegliere tra noccioline, caramelle o altro. Mentre esternavo il mio desiderio, lo accompagnavo fino al cancello mano nella mano. Il nonno non aveva rapporti cordiali con la mamma e il babbo, parlava poco, e quando tornava dal lavoro passava ore nella sua camera a scrivere i resoconti dei suoi affari su dei libri stretti e lunghi, che poi riponeva nel cassetto del tavolino. Nessuno sapeva niente dei suoi affari. Mio padre, nei primi tempi del matrimonio con Linda, aveva lavorato qualche giornata per il suocero, ma la cosa non aveva funzionato.
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