Umberto Lavezzari

Umberto Lavezzari — La mia Liguria: 1930-1958 enorme. Posso partire assistito dal Governo, pena il rimborso delle spese se non rimango almeno due anni. Nel mio caso, come tracciatore, mi consiglia di portare con me la cassetta degli attrezzi per avere una migliore garanzia di trovare subito il lavoro. Questa sì che è bella! In un paese grande e ricco come il Brasile, con la fortuna a portata di mano, non ci sono neppure gli attrezzi da lavoro? Per assicurarmi di aver capito, chiedo se devo portare il metro, il martello ecc. Mi risponde di sì. È quanto mi basta. Già mi vedo in Brasile abitare le favelas tra i disoccupati e i senza tetto oppure in cerca di lavoro negli acquitrini del Mato Grosso infestato di insetti e di serpi. Quando lavoravo in Porto, vedevo alla stazione marittima i nostri connazionali imbarcarsi sui ponti delle navi tra abbracci, lacrime e sospiri, con valige, valigette, pacchi e fagotti legati con lo spago. Mentre la nave si allontanava levavano in alto le braccia agitando fazzoletti e bandierine e salutavano per l’ultima volta gli accompagnatori rimasti sulla banchina. Mando al diavolo i miraggi di facili ricchezze e declino anche l’offerta del Brasile. Lo so che devo emigrare, ma aspetto l’occasione giusta. Mi dispiace soprattutto lasciare mia madre, che invecchia, Carmen, mio fratello Giacomo, gli amici, Preli. Continuando le visite all’Ufficio Emigrazione, mi viene suggerito di presentarmi a una commissione di ingegneri svizzeri giusto arrivati in città per ingaggiare operai qualificati. La Svizzera non è troppo lontana, fabbrica i migliori orologi, il migliore cioccolato, il formaggio con i buchi e la maggior parte delle pastiglie vendute nel mondo. È rimasta neutrale durante le due grandi guerre mondiali. Vengo intervistato dagli ingegneri, che poi non risulteranno tali, ma questo non importa, mostro le carte di benservito dei lavori passati e vengo ammesso a partecipare alla prova pratica che si terrà allo stabilimento San Giorgio a Sestri Ponente. La prova consiste nel tracciare, tagliare e fabbricare in lamierino secondo uno schizzo una paletta di maneggevoli dimensioni. Ed è anche l’occasione di incontrare una mezza dozzina di altri operai. Traccio la paletta, la taglio e mentre la sto piegando mi accorgo che gli altri sono in ritardo, allora rallento istintivamente per aspettarli, ma il supervisore mi dice che il tempo impiegato è molto importante, controlla l’orologio e mi esorta a continuare senza aspettare gli altri. Finisco e gli faccio notare che la paletta è pronta da saldare, ma non ho la saldatrice. Lui tira fuori il calibro, controlla le misure, approva, mi fa segno di mettermi in

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