Umberto Lavezzari
Umberto Lavezzari — La mia Liguria: 1930-1958 Per celebrare l’evento Carmen ed io andiamo al cinema Alfieri. All’uscita compro una carta geografica della Svizzera. Questo benedetto Delémont si trova quaranta chilometri a sud di Basilea. Mi colpisce il fatto che vicino alla città sia marcato un punto turistico di rilievo. Posso così mostrare a Carmen che, dopotutto, anche l’emigrazione ha il suo lato positivo — qualcosa di bello da visitare la domenica c’è. In piazza Banchi, nel bar dove da qualche tempo lavora Giacomo a ventimila lire al mese più le mance, il proprietario è di origine svizzera e mi assicura che Delémont è una cittadina magnifica. Le sue parole mi rallegrano. Solo dopo verrò a sapere che lui a Delémont non c’era mai stato, non sapeva neppure esattamente dov’era. Della partenza per la Svizzera non ricordo niente. Mi è rimasto in mente solo che il treno da Genova a Milano è partito in ritardo quasi vuoto, procedeva lento ed io avevo paura di perdere la coincidenza per Domodossola e poi per Berna. Scambiare qualche parola con i rari passeggeri era difficile, parevano tutti occupati o parlavano già tra di loro. A Briga, trovo un paesaggio molto diverso dal nostro italiano. Piove e fa freddo. Anche la Polizia ferroviaria e i doganieri sono smunti come tutto il resto. Alla frontiera fanno scendere gli immigrati e il treno riparte senza di noi. Un veterano dell’emigrazione smania, protesta perché alla frontiera c’è già passato tante volte e non può venire considerato alla tregua degli altri. Interviene un doganiere svizzero. Un paio d’ore ancora, mettono un altro timbro sul permesso di entrata e siamo pronti a ripartire per Basilea. Nel comparto siedo accanto a una donna romanda che rientra in Svizzera, mi dice, dopo una fantastica vacanza nel Bel Paese, dove ha trovato tutto très joli , goduto di tanto soleil , mangiato gli spaghetti e bevuto il caffè espresso. L’ascolto senza entusiasmo fino a quando in una curva la carrozza vibra e la valigia della loquace signora mi cade in testa. Lei pare divertita, ma io mi sono fatto male, mi tasto i capelli per accertarmi che non ci sia sangue, sono arrabbiato. Vorrei prendere quell’infame valigia e buttarla dal finestrino, ma è chiuso. A Delémont il treno arriva puntualissimo, gli emigranti partiti con me da Briga sono già scesi in altre stazioni e adesso sono solo. Chiedo a un passante dall’aspetto italiano se sa dove sono le Officine Rondez e lui, che italiano non è, guarda la carta che ho in mano e mi indica un ponte in fondo al viale alberato. Mi incammino a piedi con la valigia in spalla e in effetti
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