Umberto Lavezzari
Umberto Lavezzari — La mia Liguria: 1930-1958 subito dopo il ponte trovo le Officine Rondez. È quasi buio. Alla mia destra ci sono i capannoni della fabbrica, alla sinistra la mensa. Dalla porta principale sta uscendo un impiegato, di cognome Esposito, incaricato di curarsi degli emigranti italiani. Mi chiede di seguirlo nella baracca dove è pronta una branda, mi fa vedere anche l’armadio. Questo è il mio alloggio. Nello stanzone ci sono otto brande, due vacanti e sei (inclusa la mia) occupate, un tavolo e due sedie. La stufa al centro è spenta. Gli altri compagni di camerata torneranno presto perché siamo a metà settimana e domani si lavora. Esposito dice di lasciare il mio bagaglio accanto all’armadio senza timore perché qui nessuno tocca niente, e di andare a mangiare alla mensa prima che chiuda. Dopo cena non riesco a dormire nonostante il viaggio e la stanchezza. I compagni di camerata sono tutti giovani, affiatati e scapoli, in branda discorrono e si raccontano barzellette fino a tarda ora. Uno di loro dice che l’indomani cambierà baracca, andrà dove le camere hanno solo tre persone e dormirà in pace. Umberto davanti alle baracche degli operai italiani delle Officine Rondez, Delémont, 1955
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