Umberto Lavezzari
Umberto Lavezzari — La mia Liguria: 1930-1958 Così comincia la mia attività in seno al reparto dei carpentieri in ferro. Da adesso in poi chiuderò le mie carte con un anticipo di solo qualche minuto ogni ora e manipolerò i tempi a mio piacimento. Schultz si rivela il capo ideale, lo vedo la mattina quando dice « Bonjour, ça va? » Rispondo « Bonjour, oui ça va! » e non lo rivedo fino a quando non lo cerco io per un altro lavoro o per qualche chiarimento sui disegni. Groumenaker, il capocontrollo, esamina meticolosamente il lavoro finito, se non va bene non verrà pagato il cottimo. Con me è severo, dice che devo lavovare con più precisione, ma non rigetta mai un mio lavoro. Ha ragione, qualche volta non curo i particolari con la dovuta professionalità. Un lavoro fatto bene non impiega più tempo di uno fatto male. È un piacere vedere aumentato il proprio prestigio tra gli operai e i dirigenti. Grazie alla disciplina di Groumenaker, in pochi mesi mi piazzo tra i bravi del reparto, che sono pochi. Non riuscirò mai a superarli. L’officina non è solo un corpo attivo di produzione meccanica dove si opera come automi assicurando il flusso di danaro nelle tasche di qualche ricca famiglia. La fabbrica è un corpo vivo composto della parte più sana della società, da gente che pensa, sogna, spera e ama, come i capi e i padroni e spesso con più sincerità e intensità di loro perché la vita del lavoro determina il carattere, mentre l’inedia nutre il vizio. Alla Rondez la mia esperienza di giovane operaio è diversa che in passato. La paga è doppia, mando i soldi a casa e apro anche un conto alla banca interna riservata ai dipendenti, dove pagano un interesse più alto che alla banca pubblica. Qui il lavoro abbonda, è scomparso l’avvilente senso di angoscia per il futuro che aveva caratterizzato tutta la mia precedente vita lavorativa. Nei diversi capannoni della Rondez lavorano molti italiani, forse il trenta per cento del personale. La maggioranza viene dal grande complesso industriale di Reggio Emilia chiuso recentemente per motivi politici. Sono operai preparati, organizzati, hanno portato con sé lo spirito della grande industria, delle grandi lotte sindacali e mal sopportano la monotonia svizzera. Roberto, Malone, Ricò e qualche altro ragazzo sono impegnati in varie attività sindacali e assistenziali all’esterno della fabbrica. Hanno contatti con altri sindacati e singoli braccianti occupati nelle masserie della regione. Questi sono alla mercé di proprietari terrieri ancorati alla tradizione del signore della terra. Al confronto noi dell’industria possiamo ritenerci previlegiati. Ma anche a noi, senza che sia scritto in nessun
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