Umberto Lavezzari

Umberto Lavezzari — La mia Liguria: 1930-1958 Pino. Senza contraddirlo approfitta di una pausa per annunciare che ha deciso di chiudere con la Svizzera e tornare in Italia dai vecchi genitori. La discussione finisce così in silenzio e perplessità. Prendiamo il caffè espresso fatto con la caffettiera avuta come regalo di nozze. Il giorno dopo pago i soldi dell’affitto alla padrona di casa svizzera e le consegno anche i confetti portati apposta dall’Italia. La donna non ne capisce il significato, li guarda con sospetto e li mette in disparte senza aprire bocca. Lo sapeva che ero andato a sposarmi, lo ripeto di nuovo con il mio francese zoppicante, ma non serve. Gli amici e la cameriera italiana del ristorante lì vicino mi avevano avvertito di stare attento a quella donna bizzarra, mezza matta, che vive fuori dal mondo. Dopo qualche giorno di orientamento, Carmen adesso lavora in una fabbrica di scarpe a Vicki. Per via degli orari dell’autobus, la mattina deve uscire di casa un’ora prima di me e io mi preoccupo che, oltre alle difficoltà del trasporto e del nuovo lavoro, nella fabbrica nessuno parli l’italiano. Per fortuna Madalaine, una ragazza svizzera della sua stessa età, la prende in simpatia e diventano amiche. Per imparare il francese più in fretta, la sera lo usiamo per parlare di Madalaine, delle posizioni assunte in ditta dalla capo reparto, di altri compagni di lavoro. Il sabato e la domenica insegno a Carmen ad andare in bicicletta, così la mattina potrà dormire un’ora buona di più. Carmen in bicicletta, Delémont, 1956

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