Umberto Lavezzari

Umberto Lavezzari — La mia Liguria: 1930-1958 39 Addio alla Svizzera Binet è un operaio svizzero, grande, grosso e brusco, che lavora nel mio reparto e ha anche l’incarico di controllare i mobili e gli immobili che la Rondez dà in affitto ai dipendenti. In ufficio ha sentito il mio nome mentre si discuteva a chi assegnare l’appartamento di un impiegato che si è licenziato, e adesso sorride compiaciuto per essere il primo a darmi la bella notizia. Il vantaggio è evidente: l’affitto è più basso di quello che paghiamo adesso a Courroux, l’appartamento è più grande, mia madre avrà i negozi più comodi, Carmen sarà meno lontana dalla stazione del suo treno, ed io e Giacomo più vicini alla Rondez. Ma il destino avverso vuole che mamma Linda si ammali nuovamente di cancro, questa volta in modo incurabile. Dopo qualche applicazione di radium non sopporta la terapia, vomita ed è costretta a sospenderla. Mangia solo pappette di semolino bollito. Il dottore dice che non c’è più niente da fare, è solo questione di settimane o di giorni, e le prescrive la morfina. Quanto è stato facile, per lei donna inflessibile nella morale e nel costume, severa con se stessa e con gli altri, abituarsi al narcotico! La prima cosa che chiede quando si riprende sono «le gocce che mi fanno respirare.» La mattina del suo compleanno ha appena il tempo di svegliarsi che se ne va per sempre. Non sapendo come comportarmi, vado a notificare la morte di mamma Linda al dottore, che conoscendo le condizioni della paziente mi risparmia il costo della visita a casa e scrive il certificato senza constatarne il decesso di persona. Porto il certificato in Municipio e l’impiegato mi manda dal prete, che mi rimprovera per non averlo avvisato quando era ancora viva per confessarla e assolverla dei suoi peccati. Al funerale viene parecchia gente, amici e compagni di lavoro, qualcuno che non ama i preti aspetta sul sagrato la fine della funzione religiosa. Mai come in questa occasione ho apprezzato la solidarietà degli altri. Il cimitero dista forse duecento metri dalla chiesa e da dove abitiamo. Ricordo quando la mamma, la sera in cui era arrivata a Courroux, aveva fissato gli scuri della finestra per non vederlo.

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