Umberto Lavezzari

Umberto Lavezzari — La mia Liguria: 1930-1958 scatola che le fiale sono per la cura della tubercolosi. So che è una malattia incurabile e capisco che me l’hanno taciuto per non allarmarmi. A letto, passo in rivista tutte le persone di Preli che sono morte malate di tubercolosi. Mi viene la febbre alta, mi sento spacciato e passo il tempo a guardare il soffitto imbiancato male, dove è sufficiente poca fantasia per vedere nelle pennellate maldestre disegni e figure che incutono paura. Mia madre crede che io stia delirando e si confida con l’amica Anna che viene ogni pomeriggio a farmi l’iniezione. Io sono pronto a dimostrare quello che vedo nel soffitto, e le due donne mi assecondano, mi commiserano e mi esortano a mantenermi calmo. Anna consiglia di parlarne al dottore e mi rendo conto che la situazione è più grave di quanto immaginavo. Già un’altra volta, tra le fotografie di famiglia portate dalla mamma sulla sedia accanto al letto per aiutarmi a passare il tempo, mi aveva fatto paura un’immagine di santa Rita da Cascia in estasi con la fronte macchiata di sangue e gli occhi stravolti e avevo pregato la mamma di metterla via. Adesso lei ne fa tutt’uno con le mie visioni nel soffitto e si preoccupa. Per alleviare la sua angoscia informo le due brave donne che le figure nel soffitto sono sparite. Così, pian piano, la situazione si normalizza e quando le sento parlare di me dicono che sto migliorando. Con l’avanzare nelle classi elementari, il problema della divisa fascista da balilla si presenta impellente. La maggior parte dei compagni in classe ce l’hanno nuova fiammante, la indossano spesso e partecipano alle manifestazioni pubbliche. Per partecipare alle parate e alle selezioni dei balilla migliori, dovrei avere una divisa completa, munita di tutti gli accessori prescritti. Invece non ho niente. Nella speranza che di due divise se ne possa fare una, la madrina Silvia mi regala le due divise smesse dei suoi figli. Ma alcuni capi sono logori, le calze rammendate, i fez senza il fiocco e senza i distintivi di metallo. Vittorio, il sordomuto che di tanto in tanto viene da noi a comprare qualche gallina o qualche anatra, capita una sera a curiosare nel pollaio, comunica a suo modo con mia madre e, sentito del mio disagio, le promette che le procurerà la divisa da ballilla per me in cambio della cancellazione del debito delle due anatre, rimasto in sospeso da natale. Io sono contento, mamma Linda è scettica, lo conosce bene e dice che «ha l’abitudine di fare il bello davanti e il brutto di dietro pur di non mettere mano al portafoglio.» Passano alcuni giorni e Vittorio torna con un paio di calze verdi,

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