Umberto Lavezzari

Umberto Lavezzari — La mia Liguria: 1930-1958 pantaloncini e camicia nera lacerati. Linda in preda alla stizza, si offende. Gli fa capire a gesti che non vuole essere presa in giro, si riporti via la roba e la dìa allo stracciaiolo, e gli chiede di pagare subito il debito delle anatre. Ne salta fuori un putiferio. Linda lo minaccia di raccontare la storia delle anatre al capo dell’ufficio del cimitero di Staglieno, dove lui lavora, e di fargli trattenere la somma sullo stipendio. Per Vittorio questo è l’argomento più convincente, estrae di tasca il portafoglio e le allunga tre biglietti da dieci lire e alcune monete di metallo. Adesso abbiamo recuperato abbastanza denaro per completare la divisa, soprattutto con le scarpe. La madrina Silvia si offre di comprare di tasca sua il fez con il distintivo di metallo, e la domenica arriva con un distintivo di celluloide (invece che di metallo) con una M grande e gialla (che in realtà è quella delle femmine). Già penso alle canzonature dei compagni, mai e poi mai lo metterei. Ma lei è amica della mamma, lo metto nella cartella senza discutere e spero di scambiarlo con una compagna. Non ci riuscirò, e così in tutta la mia carriera di balilla non avrò mai la divisa completa, e non parteciperò mai a una parata importante. Alla selezione dei balilla migliori non mi presento neppure, io che porto i calzoncini troppo larghi, le calze rammendate, le scarpe poco lucide e la camicia nera lisa, perché verrei notato più per le deficienze della divisa che per la tenacia dello spirito. Per fortuna al mio maestro non importa la divisa, non esige il saluto romano, non ci parla del duce, non dice niente dell’Albania, niente delle conquiste in Africa, niente dei grandi giacimenti del sottosuolo che ci faranno forti e ricchi, e fuma in continuazione. Con il tempo che passa i prezzi in bottega aumentano. La mamma è sempre più irascibile, e volendo rendermi utile le consegno le mie poche lire guadagnate con l’amico Luigi e messe gelosamente da parte. Con Luigi avevamo litigato, poi ci siamo riappacificati. Le giornate lunghe e noiose fanno germogliare nuove idee. Attraverso un cunicolo dietro casa, si accede a un magazzino dove un vicino tiene alcuni attrezzi e dei materiali chiusi sotto lucchetto. In un primo tempo teniamo nascosto quello che preleviamo, ma presto abbandoniamo ogni cautela. Il nostro amico Sergio, il figlio del vicino, non sa neppure che quella è roba di suo padre e comunque non capisce quello che sta succedendo. Anche Elena, l’inquilina del terzo piano, che per fare le pulizie apre le finestre e s’affaccia cantando, non nota niente di strano. Così dopo qualche settimana di intensa

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