Umberto Lavezzari
Umberto Lavezzari — La mia Liguria: 1930-1958 popolo, che sorregge i deboli ed esalta i valorosi. Forse allora sarebbe stato meglio che fossimo andati a sentirlo, penso io, magari per chiedergli di abbassarci le tasse, che aumentano sempre, e ci tocca pagarle con la mora, in un circolo vizioso dal quale non riusciamo a uscire. Lui ci capirebbe, non dovremmo andare più al monte di pietà, potremmo diventare una famiglia felice. Lungo il viale davanti alla stazione Brignole, Mussolini ha ammirato le statue in gesso bianco che fanno il saluto romano, erette in suo onore su colonne tonde, altrettanto bianche. Gli sono piaciute e ha ordinato di sostituirle con statue di marmo di Carrara. Quando il regime nel luglio 1943 crollerà, gli antifascisti gli mozzeranno il braccio del saluto, e durante la liberazione di Genova nel 1945 le statue verranno abbattute del tutto. Giorno dopo giorno lo spettro della guerra si avvicina. Siamo alleati della Germania nazista, che va strombazzando il mito della guerra lampo. Il pensiero dominante del nostro duce è che forse noi italiani non ce la faremo a farla proprio «lampo» come i tedeschi, ma quello che non riusciremo a fare noi lo faranno loro, e ci spartiremo il bottino. La propaganda ufficiale del regime intende convincere gli italiani che la Germania ci è amica e maestra, e continua senza sosta sui giornali, alla radio e sui manifesti affissi nei tabelloni delle strade ad incoraggiare i nostri lavoratori ad andare in Germania, dove si guadagna molto e si dà una mano all’alleato per cambiare le sorti del mondo. Dopo la guerra, che durerà cinque anni e produrrà oltre sessanta milioni di morti, oltre la novità delle bombe atomiche sganciate su Hiroshima e Nagasaki, noi abitanti di Preli ci riterremo fortunati perché avremo subìto solo due bombe che non provocano né morti né feriti. La mancanza di strade avrà risparmiato Preli due volte: la prima per installarci gli insediamenti militari, la seconda per sloggiarli. Gli abitanti morti in guerra altrove saranno relativamente pochi. Quelli rimasti prigionieri qua e là per il mondo torneranno alle loro famiglie fisicamente debilitati ma vivi. La fame non sarà eccessiva come in altri quartieri sovraffollati di Genova, perché a Preli avremo modo di coltivare qualche orto. Ma torniamo ai primi mesi del 1940, quando un giorno vediamo arrivare nella salita Preli alcuni operai della Compagnia di Elettricità, che palo dopo palo svitano con una pertica e un congegno metallico fissato in punta le lampadine dell’illuminazione stradale, le tirano giù, le rendono
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