Umberto Lavezzari
Umberto Lavezzari — La mia Liguria: 1930-1958 inattive e le riavvitano al loro posto. Uno della squadra spiega a noi ragazzi incuriositi che è un’operazione di oscuramento, così il buio assoluto servirà a disorientare i piloti degli aerei che verranno a bombardare Genova, e ci rassicura che presto, dopo la vittoria, torneranno a ristabilire l’illuminazione stradale. Gli uomini non più nell’età di coscrizione ma ancora abili vengono reclutati nell’UMPA, l’organizzazione paramilitare che li addestra e fornisce secchi pieni di sabbia, elmetti, maschere antigas ecc. Istruiti su come agire prontamente, porteranno soccorso immediato alle popolazioni sinistrate in caso di bombe e proiettili inesplosi, crolli e incendi. Alle quattro del pomeriggio del 10 giugno 1940 mi trovo in località San Rocco in compagnia del mio amato cane Piri quando tutt’a un tratto sento le campane della chiesa di Montesignano suonare in modo strano, mai sentito prima. A quell’ora la maggior parte degli uomini è al lavoro. Alcune donne vengono fuori dalle case agitate e preoccupate, si chiamano a vicenda e gridano in preda allo sgomento: «È scoppiata! Siamo in guerra! Poveri noi, poveri i nostri uomini, povera Italia.» Nella salita Preli, altra gente si guarda intorno e fatica a credere che siamo entrati in guerra. Io torno a casa sconvolto, abbraccio la mamma e la stringo forte. Che ne sarà di noi? Giacomo è troppo piccolo per capire. Il babbo dice che se il duce manteneva l’Italia neutrale non potrebbe poi sedersi al tavolo dei vincitori e reclamare i vantaggi della certa vittoria. La mamma ed io piangiamo. Durante la notte mi sveglia un gran fragore e corro nella camera dei miei genitori, che sono svegli e mi accolgono nel loro letto. I vetri delle finestre tremano forte e la mamma dice che bisogna spalancarle, altrimenti gli spostamenti d’aria manderanno i vetri in frantumi. Sono le cannonate della contraerea che sparano in cielo. Nonostante le persiane chiuse i lampi delle esplosioni inondano la camera. Il babbo dice che sparano intorno alla città per non lasciare che gli aerei nemici la sorvolino scaricando le bombe. Ma il rombo sulle nostre teste si sente più forte, si affievolisce, ritorna, si affievolisce, ritorna. Pare non finire mai. Hanno paura anche il babbo e la mamma, ma cercano di nasconderla, dicono che a Preli non c’è niente di importante e che bombardano gli impianti portuali. Ma io capisco benissimo che, grazie all’oscuramento — lo ha detto anche l’operaio dell’illuminazione stradale — se non si vede niente le bombe potrebbero sganciarle anche su Preli.
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