Umberto Lavezzari
Umberto Lavezzari — La mia Liguria: 1930-1958 fin quassù per la prima volta dalla città, nessuno la conosce, nessuno sa come ha fatto a finire in casa di Beppe. All’alba non vanno a lavorare e non fanno niente per alleviare i disagi della vita in comune. Ci sono giovani e vecchi, maschi e femmine, quasi tutti sconosciuti non solo a noi di Preli ma anche tra di loro. Dopo una notte di cannonate in cielo e di paura, versano da bravi sfollati qualche lira a Beppe, che manda uno dei figli a fare la spesa per tutti. Passeggiano nelle fasce, chiacchierano, scherzano, paiono gitanti domenicali. Ci sono anche delle belle ragazze e delle signore eleganti, truccate e profumate, e alcuni giovani che non hanno ancora ricevuto la cartolina rosa del distretto militare e vivono alla giornata cercando l’avventura galante, consapevoli che ogni giorno potrebbe essere l’ultimo di vita borghese. Già di primo mattino nella sala dormitorio vengono accatastate le brande, viene tirato fuori il grammofono a tromba e chi non vuole pensare al domani danza e scherza. Lo zio Beppe fuma e sorride felice, allunga la mano e pizzica sul tergo le signore o signorine che gli passano accanto, e loro fingono di stare allo scherzo trattandosi del padrone di casa. Anche quando qualcuno rende noto che con l’entrata in guerra le nuove norme proibiscono la danza, i trasgressori continuano per niente intimoriti. In questi giorni bislacchi vado spesso dallo zio Beppe a vedere le ragazze disinvolte venute dal centro della città, che parlano l’italiano e fanno sognare le gioie proibite. E posso anche capire i poveretti che si limitano a guardare e a brontolare. L’arrivo degli sfollati ha messo in crisi la bottega della Candida, che ha esaurito in pochi giorni le scorte di sigarette, tabacco, candele, fiammiferi e dei generi alimentari non ancora tesserati. Non potendo rifornirsi alla svelta la Candida rimanda a casa a mani vuote molti dei vecchi clienti abituali. In uno di questi giorni arriva dal babbo, che adesso lavora in Porto, la notizia che è stata affondata nel mar Ligure la Marianna II mentre tornava dalla Spagna completa di equipaggio e carica di vini pregiati. Il bellissimo veliero di duecentocinquanta tonnellate era di legno pregiato e aveva le strutture verdi e bianche ornate di bronzo lucido. Io non l’avevo mai visto, ma Aurelio, un amico del babbo, me l’aveva descritto nei minimi dettagli perché, con la scusa di andare a bordo a raccogliere il polverino della nafta, rubava le bottiglie di vino pregiato, e alcune le abbiamo bevute anche noi in casa. Era come se anch’io avessi partecipato ai viaggi sugli oceani lontani,
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