Umberto Lavezzari
Umberto Lavezzari — La mia Liguria: 1930-1958 impegnato in grandi scoperte intercontinentali, paragonabili solo a quelle di Colombo, Caboto e Magellano. Nelle prime settimane di guerra, non passa giorno senza che un giovane di Preli venga richiamato alle armi. Il postino, che li conosce tutti fin dalla nascita ed è amico della famiglia, trattiene nella borsa la famigerata cartolina rosa per ritardare la tortura e la consegna nell’ultimo dei tre giorni consentiti dal regolamento prima di presentarsi al distretto militare. In Porto i traffici commerciali sono ormai ridotti al minimo e le uniche attività appartengono alla marina militare. Il polverino della nafta è diventato una rarità, come lo è anche la nafta. Il capo di mio padre non vuole chiudere l’azienda e traffica in rottami di metallo, più o meno lecitamente. Anche Giovanni, che non vuole tornare alla vita contadina, cerca di impossessarsi di tutto quello che gli capita sotto mano, ma si tratta di oggetti di poco valore, che nessuno vuole. Così nel nostro fienile arrivano vecchi legnami, lamiere, i vetri tondi e spessi degli oblò, una vecchia bussola, pezzi di catene e così via. Un giorno uno di quei sapientoni che la sanno lunga su tutto suggerisce a mio padre di usare il bicocco (l’antiruggine marino) sui muri in casa, dove c’è sempre umidità. Ma fin dalla prima sera le esalazioni sono terribili, specie per mamma Linda, che teme di avere avvelenato anche il sangue oltre le narici. Trovare una soluzione non è facile. L’unica sarebbe di andare via per una settimana e tornare quando il bicocco è si seccato. Ma non sappiamo dove andare, né di certo abbiamo i soldi per l’albergo. Una mezza soluzione potrebbe essere quella di tenere porte e finestre spalancate, ma fa freddo e c’è il rischio di ammalarci. In mancanza di altre soluzioni, ripuliamo il bicocco con l’acquaragia, imbianchiamo di nuovo i muri con la calce viva, ma anche dopo la seconda mano il colore rosso dell’antiruggine resiste. Non sparirà mai del tutto e l’umidità rimarrà sempre la stessa. Mentre succedono queste cose nel nostro piccolo mondo, la guerra lampo continua. Il babbo raccoglie i fichi per farli seccare sulle stuoie di canna e conservarli per l’inverno, ripete che moriremo tutti di fame e pare che solo con i fichi secchi ci salveremo dalla fine certa. Ma appena vengono messi a seccare al sole, appaiono le mosche e gli insetti, così vengono infilati dentro i sacchetti di plastica comprati apposta. Ma appena i vermi se ne stanno al chiuso e al caldino, crescono che è una meraviglia, così i fichi
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