Umberto Lavezzari
Umberto Lavezzari — La mia Liguria: 1930-1958 Lo zio Pietro, maresciallo dei carabinieri a riposo, adesso fa il contadino e passa la giornata tra i filari e le culture. Quando innaffia alla sera non porta l’acqua con i secchi, come facciamo noi a Preli, ed io rimango affascinato a guardare la funzionalità del suo impianto idrico. Oh, la gioia se potessi averne uno simile anch’io a Preli! Qui i monti appaiono lontani e nella grande piana il raccolto si fa alla grande. La frutta e le verdure vengono sistemate nelle ceste e portate alla stazione ferroviaria per essere caricate sul treno e finire sui mercati di Genova. Lo zio, che lavora sempre a torso nudo, all’ora di pranzo arriva in cucina sudato e si fa bagnare la schiena dalla moglie con l’acqua fredda del lavandino —pratica impensabile a Preli, dove si direbbe che quello è il modo migliore per beccarsi una polmonite. Finita la rinfrescata, lo zio siede a capotavola e esige da tutti silenzio e compostezza. Qualche volta rivolge qualche monosillabo ai commensali. A me, che gli siedo di fronte, mai. La zia Nina cucina minestra selvatica e mette nel gran pignattone cavolo, melanzane, patate, zucca o altro a pezzi talmente grandi da doverli rompere più volte prima di poterli mettere in bocca. Sono le verdure coltivate nella villa e a me sembrano disgustose. Decisamente non posso mangiare una patata grossa come un’arancia finita nella mia fondina, se lo facessi lo stomaco si rivolterebbe, e decido di lasciarla dov’è. Il cugino Gino ha seguito il mio dramma e in un momento di distrazione generale la prende dal mio piatto e la mette in quello della sorella Maria seduta al suo fianco. Maria protesta e lo zio Pietro, che non ha visto niente, rimprovera Maria per non aver mangiato la patata. Gino se la ride sotto i baffi. Io vorrei intervenire per scagionare la cugina, ma Gino mi ferma veloce come la folgore e lo zio, parlandomi per la prima volta, mi intima di obbedire a Gino e «un’altra volta, prima di parlare, aspetta che tutti abbiano finito di mangiare.» Mortificato lascio trarre a ognuno le proprie conclusioni. In quella cucina grande c’è anche Anselmo, l’uomo di fatica che lavora nella villa con lo zio. È romagnolo e di natura mite. Io lo conoscevo già perché l’avevo visto quando mio padre una sera tardi lo aveva portato da noi a dormire. Sapendo che cercava lavoro, Giovanni lo aveva travolto con una valanga di promesse e Anselmo non era più riuscito a svincolarsi. Solo in seguito venni a sapere dalla mamma che Pietro aveva confidato al babbo che non riusciva a trovare un aiuto per la villa e che Giovanni volendo fargli un piacere aveva portato Anselmo a Diano Marina. L’uomo,
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