Umberto Lavezzari
Umberto Lavezzari — La mia Liguria: 1930-1958 affamato e sporco, non fa una bella impressione allo zio Pietro, che lo accoglie con scarso entusiasmo e lo fa mangiare con la famiglia in cucina ma un tavolino in disparte. Dopo alcuni giorni che sono dagli zii Anselmo annuncia di voler partire. Poco male, come uomo di fatica non rendeva molto. Il fatto più antipatico che mi è capitato dagli zii è che mi hanno messo a dormire con il cugino Gino. Siccome il letto è piccolo, dormiamo come nelle figure delle carte, uno con la testa vicino ai piedi dell’altro. I piedi di Gino, che è più grande di me di quasi tre anni, arrivano sul mio cuscino e la mattina mi sveglio indispettito. Se mi lamento lui ride. Eppure la casa è grande, ci sono altre camere non occupate, ma mi dicono che lo potrebbero essere da un momento all’altro perché tutto il primo piano è affittato al comando militare. Questo fatto mi preoccupa, la casa allora potrebbe essere un obiettivo militare. Ne parlo con mio padre, che mi assicura: «Pietro sa quello che fa e con questo affitto intasca un sacco di soldi.» Ma io penso al pericolo e mi reputo fortunato che gli inglesi siano ancora lontani, altrimenti qualche bomba non ce la risparmierebbero di certo. Con mio padre ci vediamo poco perché nella sua caserma — dice lui — ci sono pochi uomini e troppi servizi da fare. Comunque qualche volta mi porta con sé quando è di pattuglia con un collega lungo la ferrovia e per me è una grande occasione di svago. Verso ponente la ferrovia procede tra i monti e i dirupi e non si incontra anima viva. L’altro carabiniere che viene con noi è giovane e non parla mai, mentre mio padre parla sempre. Gli spiega come si fa a raggirare gli ostacoli, come si può vivere alle spalle del sistema e tante altre cose del genere. L’altro ascolta, annuisce e tace. Non ha capito o capisce anche troppo? Quando rimango solo con mio padre, lui mi dice che il giovane proviene dai bricchi , è un tanardo e che della vita non capisce niente, ma siccome andare di pattuglia è noioso lui spreca il fiato perché la chiacchiera è preferibile al silenzio. Un pomeriggio, arrivati all’imbocco della galleria che segna a ponente il termine della nostra perlustrazione, troviamo i resti ancora fumanti di un incendio e un portafoglio carbonizzato rigonfio di biglietti di banca. Pur maneggiandolo con tutti i riguardi del caso è impossibile recuperare le banconote, tantomeno leggere il numero delle serie. Per mio padre è un momento di grande disperazione e maledice la sorte che glielo
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