Umberto Lavezzari

Umberto Lavezzari — La mia Liguria: 1930-1958 ha fatto trovare troppo tardi. L’altro non si scompone e dice che se il bosco non fosse bruciato il portafoglio non si sarebbe mai trovato perché sarebbe ancora nascosto tra gli arbusti e l’erba folta. Quindi propone di portarlo in caserma per metterlo a verbale, ma mio padre trova l’idea bislacca e con gesto iroso getta il portafoglio nel roveto bruciato giù verso il mare. Congetturando lungo la via del ritorno conveniamo che si tratta di un portafoglio rubato sul treno a qualche ricco viaggiatore che andava a giocare al casinò di San Remo e gettato dal finestrino con l’intenzione di tornare poi a recuperalo, senza correrre così il rischio di venire acciuffato caso mai sul treno fosse stato dato l’allarme e i passeggeri fossero stati perquisiti. Il paesaggio di levante è tutto il contrario di quello di ponente. Verso Cervo la ferrovia procede nella pianura coltivata con le case contadine sparse nei campi. La famiglia che abita al casello ferroviario occupa un fazzoletto di terra e cura con passione le piante grasse. Io non ho mai visto tanta meraviglia in uno spazio così piccolo e ne rimango incantato. I proprietari conoscono i due carabinieri per averli visti spesso e ci invitano a bere un bicchiere in compagnia. Il giovane collega rifiuta perché è di servizio, ma mio padre accetta perché «questa è brava gente, se rifiutiamo si offende.» A me vengono offerte delle bellissime pesche. La moglie è un tipo allegro cui piace scherzare e ci racconta qualche aneddoto sul re, che chiama Tappetto. I due carabinieri stanno allo scherzo e la avvertono che ha già detto abbastanza malignità sul re per arrestarla per vilipendio alla monarchia. Sentito che sono da quelle parti per una vacanza e che presto tornerò a Genova, la casellante mi invita a scegliere una delle sue piante grasse da portare a casa in ricordo di Cervo. Scelgo un cactus di una bellezza straordinaria, alto circa quaranta centimetri, verde con la testa rossa ornata di spine bianche e traslucenti. Sono sicuro che a Preli verranno tutti ad ammirarlo e ne parleranno con i genitori, parenti ed amici. Ma un giorno infelice una vicina di casa che ha il sedere grosso ed è stolta, si siederà sopra il mio cactus e lo romperà in tre pezzi, poi si scuserà, certo, e mamma Linda dirà: «Meno male che non si è fatta male!» A me invece dispiace che le spine fossero troppo tenere per bucarle la ruvida sottana e pungerle per bene il sedere. Verso la fine della vacanza a Diano, la domenica mattina andiamo tutti a messa e facciamo la comunione. Sulla via del ritorno mi ricordo che

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