Umberto Lavezzari

Umberto Lavezzari — La mia Liguria: 1930-1958 Per ripararmi dal sole siedo accanto alla zia e le rubo un poco di ombra dell’ombrellone e sono felice. Ma la felicità dura poco perché una violenta crisi addominale mi contorce le budella. Penso al frappè, il primo della mia vita. Cerco una latrina, ma non è facile trovarne una libera e in preda agli spasimi mi metto in fila. Quando arriva il mio turno trovo uno spettacolo talmente immondo che rimango bloccato. Torno fuori e non ho ancora fatto tre passi che quello entrato dopo di me è già fuori e mi rincorre inviperito gridando come un ossesso che sono un lurido sporcaccione, che se mi prende… Avrà il doppio dei miei anni e della mia corporatura, rinuncio a replicare e me la dò a gambe. Arrivato accanto alla zia mi fermo di botto, le butto le braccia al collo e la stringo forte. La zia stupefatta si alza in piedi e vuole sapere cosa sta succedendo. Intanto il mio avversario, vista la scena dell’abbraccio, fa dietro front e se ne va. Sono salvo. Non solo: nella foga è passata anche la crisi addominale. Incerto su come giustificarmi con la zia Nina, dico: «Non lo so neanch’io, forse quell’uomo mi aveva scambiato per un altro, voleva acciuffarmi, poi si è accorto dell’errore.» Con il sole al tramonto la giornata balneare è finita. I cugini mi chiedono se mi sono divertito. «Eccome! Peccato che i miei genitori non mi abbiano mai portato al mare. In colonia non ci sono mai andato perché sono figlio di proprietario terriero e non ne ho diritto. Tornerei qui ogni giorno.» Anche la zia Nina, che con il mio aiuto spinge la bicicletta carica, ha preso il sole di cui aveva tanto bisogno ed è contenta di esserci venuta, ma per quest’anno non ritiene sia il caso di tornarci.

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