Umberto Lavezzari
Umberto Lavezzari — La mia Liguria: 1930-1958 16 In farmacia Una mattina di quell’anno, il 1943, non avevo ancora compiuto i tredici anni, mia madre mi ordina di lavarmi per bene collo e orecchie, cambiarmi la biancheria e vestirmi in fretta con i pantaloni e la giacca delle occasioni importanti perché nella vetrina della farmacia in via Bentifacio è esposto un cartello che dice «Cercasi garzonetto». Lo ha saputo tramite l’amica Giovanna di corso Sardegna, una donna generosa, conosciuta come assistente levatrice alla mia nascita. Poi con la guerra e la scarsità di generi alimentari, i nostri rapporti con Giovanna e i Valle, suoi coinquilini, si sono intensificati: noi le portiamo verdura e frutta, l’olio d’oliva e qualche pollo, e lei ci compensa con dei soldi e qualche indumento smesso dei Valle. Ma prima di proseguire con il mio racconto devo notare che in questi ultimi tempi sono cresciuto e ho sviluppato la forza per evitare le botte che un tempo mi dava mia madre, trattenendola per i polsi. Lo spauracchio di mettermi in collegio dai frati per imparare la disciplina e le buone maniere non ha mai funzionato perché sapevo che i frati le avrebbero chiesto dei soldi, che lei non aveva. Io amo gli amici, l’aria del bosco, l’acqua dei torrenti, gli alberi, gli uccelli, i fiori e tutto quello che rende superlativo il mio Preli. Mamma Linda invece continua a ripetere che devo andare a lavorare, che ho l’età per abituarmi ad operare sotto padrone, dove avrò regole da seguire, un orario da rispettare e un’etica con cui educarmi nel carattere. Quando mi viene ordinato di prepararmi in fretta avrei voluto arrivare tardi e trovare il posto in farmacia già preso. Comunque partiamo con il biglietto scontato delle prime ore del mattino. Pioviggina e mia madre vuole che io apra l’ombrello, ma non le dò ascolto per il semplice motivo che mi vergogno perché è da donna. La mamma allora chiede perché mai lo avessi portato. Perché speravo che non piovesse e per evitare discussioni, ma quanto ad aprirlo, mai! E poi in casa avevamo solo due ombrelli da donna. Veramente in passato ne avevamo uno da uomo, quello del nonno, ma una mattina che pioveva mio padre se l’era portato via insieme agli
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