Umberto Lavezzari

Umberto Lavezzari — La mia Liguria: 1930-1958 le carrette a mano o tutt’al più trainate da un ronzino. Dei cavalli da tiro forti di una volta non c’è neppure l’ombra. Sono pochi quelli che vanno in bicicletta. Passano ancora i tram, ma molti hanno i vetri rotti. Invece del sale, ormai troppo caro, si usa l’acqua di mare, che arriva sul tram in una botte di ferro a giorni prestabiliti. Sul binario morto del piazzale del cimitero di Staglieno staziona la vettura senza finestre usata per il trasporto dei morti. Umberto, 1943 Con la carta di identità in tasca — pronta da esibire in caso di una retata per non venire preso per uno in età da coscrivere nei Repubblichini di Salò o da deportare nei campi di lavoro in Germania — inizio la nuova esperienza di garzonetto di farmacia, che «mi forgerà nel carattere e mi farà uomo.» All’ora convenuta mi presento al lavoro e il dottor Romea mi fa cenno di seguirlo in una stanza senza finestre adibita a spogliatoio e

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