Umberto Lavezzari
Umberto Lavezzari — La mia Liguria: 1930-1958 magazzino della farmacia, assiepata di scaffali zeppi di scatole e scatolette, di bottiglie e bottigliette, di flaconi e vasi colorati. Ed io, del tutto impreparato, vengo istantaneamente conquistato e dimentico i funesti pensieri sul nuovo lavoro. Il dottore mi dà le chiavi delle due serrande del negozio, che da oggi sarà compito mio alzare all’apertura della farmacia e abbassare alla chiusura. La giornata comincia bene: mentre alzo la prima saracinesca il locale si inonda di luce. «In farmacia siamo noi due soli — mi spiega il dottore — io mi occupo dei clienti e delle medicine, e tu delle pulizie e di tutto quello che ti verrà via via ordinato.» Ed io non vedo l’ora di intrufolarmi in quella miriade di prodotti e sento che saprò cavarmela. Il dottor Romea è grande e grosso. Per servire i clienti si sposta con passi rumorosi sulla pedana di legno tra il fronte e il retro della farmacia, mette le ricette tutte in fila sul bancone e promette ai clienti di prepararle in fretta. Ci vuole poco a capire che avrà poche possibilità di farcela. I clienti non mancano perché si è sparsa la voce che alla farmacia Romea si trovano ancora le aspirine Bayer, introvabili altrove. Timoroso di rimanerne sprovvisto il dottore dà la precedenza ai vecchi clienti e perde prezioso tempo a spiegare, invano, che la Rodina della Montecatini è altrettanto efficace. Qualcosa di simile succede anche con la manna, ormai introvabile. Pare che tutti abbiano un disperato bisogno di rinfrescarsi le budella ed io, che della manna sono ghiotto, non mi lascio sfuggire l’occasione di farne una scorpacciata prima che il vaso rimanga vuoto. Durante le mie incursioni nel magazzino imparo i nomi dei prodotti e mi meraviglio del fatto che la maggior parte delle confezioni provengano da Milano. Ne deduco che Milano deve essere più grande e industrializzata di Genova. Quando arrivano in farmacia i rifornimenti mi dispiace che sia il dottore a controllarli e sistemarli nelle vetrine. Ormai ne conosco i nomi e le fatture, so dove metterli e posso farlo da solo. Il dottore, che ha poca memoria, mi lascia fare e spesso ricorre al mio aiuto per rintracciare i medicinali. Per fare più in fretta continua a ritirare le ricette dei clienti e a promettere, ma non ce la fa e si dispera, suda e maledice la moglie sfollata in Riviera, che tarda a tornare ad aiutarlo. Quanto a impiegare un giovane laureato che lo aiuti non se ne parla nemmeno. Per smaltire il lavoro adesso ci fermiamo la sera oltre la chiusura, ma a quell’ora è difficile trovare un tram che ci porti a casa e corriamo il rischio di incappare nelle ronde del coprifuoco. Così incomincio a aiutarlo
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