Umberto Lavezzari
Umberto Lavezzari — La mia Liguria: 1930-1958 io. La calligrafia dei medici, impossibile da leggere sulle ricette, diventa facile appena imparo i nomi delle varie sostanze medicinali. Nel retro mi azzardo a pesare le prime polverine, le metto nel mortaio, le mischio e faccio le cartine. Bastano alcune pesate precise per convincere il mio datore di lavoro della serietà del mio impegno. E con il suo riconoscimento mi aumenta l’entusiasmo. Così mi lascia continuare da solo e torna sul retro solo per ritirare la roba pronta, completa dell’imitazione della sua calligrafia, in corsivo o stampatello. Dopotutto sono sempre le stesse polverine per il raffreddore, i dolori reumatici o l’influenza. Se sono tutte uguali, anziché pesarle separatamente una per una, stendo dieci cartine in una volta, le riempio, le piego e soddisfo rapidamente le ordinazioni. A questo punto la mia principale preoccupazione è il farmacista, che non voglio s’intrighi nel mio metodo. E per diminuire il rischio, tengo nascoste le cartine fatte in serie e le tiro fuori solo con l’arrivo della nuova ricetta. La stessa procedura, nel limite del ragionevole, la applico anche ai preparati oleosi e liquidi. Certo non intendo compromettere la fiducia che mi è stata accordata. Non mi azzarderei mai per esempio a preparare un infuso di digitale per un cliente con la polmonite che sta lottando tra la vita e la morte, oppure la polvere di Dower fatta con l’oppio. Viene in farmacia molta gente affetta dalla scabbia e chiede la pomata di Helmerich a base di zolfo. Dopo aver assistito un paio di volte il dottore ottengo il permesso di prepararla da solo. Mi va meglio se posso usare una scatoletta nuova. Se invece i clienti portano il contenitore usato, per non infettarmi lo devo maneggiare avvolto in un pezzo di carta, che poi butto via. L’esplosione di scabbia è dovuta alla penuria di sapone, che costringe la gente a lavarsi poco e male. Il rischio maggiore di contagio si incorre sul tram e io viaggio con le mani in tasca e cerco di non toccare le maniglie. Fare il bucato è diventato un problema serio. Mamma Linda e quei pochi che possono averla adoperano la cenere di legno di fico. Fare il sapone in casa è un’operazione abbastanza facile di per sé ma puzzolente, ed è difficile è procurarsi gli ingredienti: gli ossi e il grasso dal macellaio e la soda caustica dal droghiere. Dopo qualche giorno di ammollo nella soda, gli ossi sono liquefatti. A questo punto si versa l’immonda brodaglia in un telarino alto due dita, meglio se fuori all’aperto, affinché solidifichi e diventi sapone. Anche noi qualche volta ci abbiamo provato, ma il risultato è stato
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