Umberto Lavezzari
Umberto Lavezzari — La mia Liguria: 1930-1958 scoraggiante. Beppo, invece, il nostro vicino di casa, fa il sapone a regola d’arte aiutato dalla figlia Anita. Ma ecco che un giorno — e non parlo del Medioevo, ma degli anni quaranta del ventesimo secolo — qualche invidioso, non trovando niente di meglio da fare, mette il malocchio nel sapone di Beppo ed Anita, e l’immonda miscela invece di solidificarsi rimane liquida per alcune settimane. Viene chiamata una fattucchiera, che predispone gli oggetti di rito, tiene sopra la miscela un piatto con dell’acqua, ci mette sotto un lumicino acceso, fa cadere alcune gocce di olio di oliva nell’acqua e pronuncia le parole di una formula magica. Mentre le gocce d’olio scompaiono all’istante, la jettatura perde il suo potere e la miscela diventa solida. Per via della guerra, diverse case farmaceutiche hanno smesso di produrre molte medicine perché mancano gli ingredienti. La gente abituata a usarle le cerca nelle farmacie dove pensa che per una ragione o per l’altra potrebbero essercene ancora. Una di queste è la farmacia Romea, che è stata chiusa parecchi mesi prima che io arrivassi. Se il dottore non è in condizione di soddisfare il cliente mi ordina di darmi da fare al telefono e cercare la medicina in questione dai fornitori. Ormai il continuo uso del telefono mi ha reso loquace con le signorine che stanno dall’altro capo della linea e ho imparato a scherzare con loro molto più disinvolto di quanto avrei fatto in presenza della persona. Mentre le telefoniste mi chiamano ‘Romea’, io le chiamo con il nome che mi hanno dato loro, ma non credo sia quello vero perché nella vita di tutti i giorni non è facile incontrare delle ragazze di nome Lulù, Tatà, Cocca o Veneranda. Io le idealizzo secondo la dolcezza del nome e la grazia della voce, ma nessuna si dichiara disponibile a mostrarsi di persona. Arrivo al punto che, se non viene nessun cliente a domandare medicine difficili da trovare, la giornata mi pare sprecata. In certi casi, quando la medicina è effettivamente scomparsa e il dottor Romea sa di averne gli ingredienti, la prepara lui la sera, ma gli serve la mia collaborazione. La sua specialità è l’elisir di china e se ne vanta con i dottori che passano in farmacia. Ne prepara un grande flacone per volta da vendere come medicina e da bere con loro. Naturalmente non sono mai stato invitato a gustarla, ma quando rimango solo nel retro a lavare i bicchieri me ne servo io delle laute sorsate. E devo ringraziare la buona sorte se, tornando a casa un poco brillo nella città deserta al limite dell’ora consentita dal coprifuoco, non mi sono mai imbattuto in qualche pattuglia
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