Umberto Lavezzari
Umberto Lavezzari — La mia Liguria: 1930-1958 primo giorno che sono venuto a lavorare in farmacia perché — appunto — allora pioveva. Appena mi vede sostare mi guarda di sbieco. Originario di non so quale regione si esprime in un italiano strano e mi dice: «Che smammasse!» L’antipatia è reciproca, io non mi muovo e lui insiste: «Il portone non è fatto per la sosta delle persone. Se qualcuno reclama ne sono responsabile io.» Se gli chiedo «Chi reclamasse?» «Nessuno ancora lo facesse — risponde — ma nell’eventualità mi cacciasse con la forza.» Ma io sono più cocciuto di lui e rispondo che non si ‘preocupasse’ perché ‘sostasse’ qui solo fino all’arrivo del dottor Romea. Nonostante gli allarmi, le bombe, il coprifuoco, le retate dei tedeschi e dei brigatisti neri, nessuna lira in tasca ecc. ecc. faccio del mio meglio per non perdere il gusto della vita che, anche se dura, mi permette pur sempre di sviluppare una grande passione per la postina del quartiere. Ragazza stupenda, certamente già ventenne, la vedo passare allegra ogni mattina con la borsa delle lettere. Non so niente di lei, nemmeno il suo nome, se è fidanzata o no, se abita vicino o lontano. Quello che conta è che porta con disinvoltura la divisa corta almeno dodici centimetri sopra il ginocchio e che le sue magnifiche gambe coperte dalle calze nere di rayon sono estremamente provocanti. Ogni volta che la vedo mi pare più bella. Darei la metà dei miei anni ancora da vivere pur di poterla abbracciare e ricoprire di baci, ma il dramma sta nel fatto che non so come dirglielo. Quanti sogni disperati! Nell’istante in cui mi consegna la posta della farmacia mi considero felice anche se riesco solo a toccarle la mano o fiutare il suo odore di femmina. La farmacia chiude alle 12.30 per tre ore e mezza. Prendo il tram in via Canevari, scendo in piazza San Sebastiano e faccio a piedi la salita Preli e in poco più di mezz’ora sono a casa da mia madre, che ha preparato la pasta al pesto o al sugo di cipolla e pomodoro, e mangio in compagnia anche di mio fratello appena tornato da scuola. È questa l’occasione per chiacchierare un poco delle nostre cose personali, scambiarci le notizie sui fatti del giorno e riflettere sulle condizioni della nostra famiglia. Pensando al singolare, sento un gran dovere di rendermi utile nella villa e nella stalla, ma per ottenere qualche risultato apprezzabile ci vuole tempo e io non ne ho. Questa pausa è troppo lunga per non fare niente e troppo corta per rendere. Per non avvilirmi taglio corto per via delle Pilette e vago per le verdeggianti radure, il bosco con i magnifici roveri, le querce e i carpini. E
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