Umberto Lavezzari
Umberto Lavezzari — La mia Liguria: 1930-1958 nell’acqua del fossato rivedo scorrere i ricordi di quando ero bambino e venivo a fare il bagno nei laghetti insieme ai compagni e al mio amatissimo cane Piri. Ho nostalgia di quei tempi e vorrei fermare il tempo. Anche adesso che sono in Australia rivedo il mio tanto amato Preli, non solo com’era negli anni della mia infanzia ma com’era nei secoli addietro quando l’aria era pulita, le colture rigogliose, quando i muri a secco, costruiti a forza di braccia tenaci, sostenevano le fasce mantenute in bell’ordine. La mia trisavola filava al chiaro di luna per risparmiare la candela, si coricava sulle fascine accanto al focolare per riposare nel bel mezzo della notte e dormiva quelle poche ore prima dell’alba che le permettevano di riprendere gli impegni abituali di donna devota al suo uomo e attenta ai doveri della numerosa prole. I filari delle vigne fornivano il vino, gli olivi l’olio. Le ciliege, le pesche, le prugne, i fichi segnavano lo scorrere delle stagioni: le primizie venivano vendute al mercato della città, il resto consumato in casa. La televisione non esisteva e neppure la radio, ma c’erano le veglie serali e gli anziani raccontavano. Di questi tempi invece la guerra pare non finire mai. Tra i tanti uomini coinvolti nell’immane sciagura alcuni hanno lasciato le famiglie per andare in montagna a combattere con i partigiani e di loro non si parla mai per non metterli a rischio. Altri vivono nascosti nelle cantine o nei solai e di loro si parla solo sottovoce tra gente fidata. Anche quelli che lavorano in città o nel Porto non guardano in faccia nessuno per evitare retate. Molte donne occupano i posti di lavoro lasciati vacanti dagli uomini al fronte. Per tutti ci sono i bombardamenti.
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