Umberto Lavezzari
Umberto Lavezzari — La mia Liguria: 1930-1958 18 In officina Negli ultimi anni della guerra mio padre è preso dai facili guadagni del mercato nero e dalla passione, per la sua donna. Dopo che lei è tornata al suo paese, per rivederla senza rischiare i mitragliamenti dei treni da parte degli aerei alleati e le retate nelle stazioni ferroviarie da parte dei brigatisti neri, mio padre parte in bicicletta per Diano Marina almeno una volta la settimana. Lì può dimostrarle tutta la sua efficienza fisica con le intense pedalate e tutto il suo ardore con i soldi che le consegna. Quando invece torna a casa da noi è sempre stanco, squattrinato e prepotente, e ci rovina la vita. Se per caso è di buon umore i suoi monologhi sono un elogio alla sua abilità di ingannare il fornitore esoso, di estorcere qualche lira in più al cliente tirchio, di eludere fascisti e tedeschi a caccia di badogliani e così via. Quanto ai doveri di padre di famiglia non c’è niente da fare, come se fossimo noi a dovergliene perché abitiamo nella sua casa con la villa incolta, che ormai produce poco più di qualche litro di olio d’oliva all’anno. Quanto alle cinquecento lire che ci lascia qualche volta per tirare avanti non si stanca mai di ripetere che al mondo c’è tanta gente che sta peggio di noi. Quanto invece alle novanta lire la settimana che guadagno io in farmacia e consegno tutte a mia madre ripete spesso e volentieri che sono una miseria, che il mio lavoro è privo di prospettiva e che diventerò grande senza mestiere e senza futuro. Questa è la situazione che si è creata in casa nostra dopo l’8 settembre, cioè da quando mio padre ha smesso la divisa di carabiniere e noi abbiamo perso il diritto al sussidio governativo. Ogni volta che mio padre ritorna dalla Riviera procura olio d’oliva, carne, formaggio ed altro a un certo Sampieri, un uomo ossessionato dalla paura di rimanere senza viveri, titolare di un’officina in via Piacenza alle cui dipendenze lavorano una mezza dozzina di operai e alcuni garzoni. Un giorno che mio padre discute di quanto poco contento io fossi alla farmacia, Sampieri gli dice: «Mandamelo in officina, imparerà a fare il meccanico e da grande troverà lavoro ovunque andrà.» Mio padre torna a casa entusiasta e senza lasciarmi il tempo di andare in farmacia mi costringe a presentarmi
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