Umberto Lavezzari
Umberto Lavezzari — La mia Liguria: 1930-1958 l’indomani stesso da Sampieri. Mia madre disapprova, preferirebbe che rimanessi in farmacia, già mi vede rappresentante di prodotti farmaceutici a guerra finita, un lavoro che non mi sporca le mani. Io invece sono attirato dai lavori manuali, quelli solidi che servono a fare qualche cosa che dura nel tempo e al tocco delle otto del campanile di San Bartolomeo di Staglieno mi presento nell’officina di Sampieri. L’officina è in una baracca di lamiera a ridosso di alcuni negozi in muratura, sopra i quali abita Sampieri con la famiglia. Sebbene l’area operativa sia modesta, l’attività è intensa. Sampieri però mi accompagna in una vecchia bottega posta di lato, dove è stato allestito il reparto meccanica con tre torni e una pialla. Lì, intento a lavorare sul tornio piccolo mentre tutte le altre macchine sono ferme, c’è un unico operaio che non risponde al mio saluto, non alza nemmeno lo sguardo e continua a tornire il suo pezzo che gira veloce nel mandrino. Sampieri mi ordina: «Rimani qui con Angiolino, guarda e impara come si lavora al tornio.» Ci rimango alcune ore, fermo e zitto a guardare Angiolino, che lavora a testa bassa e non parla. Tre garzoni e un operaio mi sbirciano sospettosi. Saprò solo dopo quando me lo racconta Michele, il più giovane dei tre, che si era sparsa la voce che era arrivato un ‘figlio di papà’ raccomandato per imparare subito a lavorare sulle macchine invece di cominciare dal basso come avevano sempre fatto gli altri garzoni. «Bella roba — penso io — con tutte queste ore che ho passato fermo in silenzio a guardare Angiolino, che non mi degna di uno sguardo e mi fa sentire a disagio, a tal punto che vorrei scappare via e non tornare più.» Ma ormai mi sono giocato il lavoro in farmacia e la mia paga di duecento lire in officina è più del doppio di quella di novanta in farmacia. E così, tredicenne, continuo nell’officina di Sampieri, ma cambio tattica e tendo l’orecchio. Sampieri rimpiange spesso i bei tempi prima della guerra quando i giovani non erano svogliati come adesso, capivano subito quello che c’era da fare e lo facevano ancora prima che il maestro glielo ordinasse. Capisco l’antifona, ma se lui con me non parla, come posso indovinare? Per fortuna un pomeriggio sento che Angiolino dice a Sampieri: «Non voglio che mai e poi mai i ragazzi mi chiedano cosa devono fare. Se non hanno niente da fare, facciano pulizia!» Allora mi viene il sospetto che la colpa sia di mio padre che chissà cosa avrà raccontato a Sampieri del nostro nobile casato. In giro non ci sono scope, né contenitori dove mettere i trucioli del tornio, ma finalmente posso fare qualcosa anch’io e raccolgo
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