Umberto Lavezzari
Umberto Lavezzari — La mia Liguria: 1930-1958 con un pezzo di lamiera piegata a mo’ di paletta tutto quello che trovo in terra attorno al tornio di Angiolino, lo porto fuori e spolvero le macchine ferme con qualche straccio unto e bisunto. Passo così le mie strampalate giornate mentre in officina si fanno cancelli, ringhiere, inferriate e riparazioni di tutti i generi, e supplico l’anziano maestro Pietro di chiedere a Sampieri di mettermi a lavorare con lui. Ma Pietro mi risponde che guadagna al ‘pezzo’ non alla giornata e che lavorare con uno inesperto lo rallenterebbe e verrei a costargli troppo. Il grosso della produzione dell’officina è costituito dalle casseforti per i tedeschi. Mario è un bravo fabbro ferraio da banco e costruisce le serrature tutte una diversa dall’altra. Da come discute di politica con Sampieri si rivela socialista e sostiene che sarà l’Unione Sovietica a vincere la guerra, non gli anglo-americani che combattono per gli ideali del vecchio mondo capitalista. Ma Sampieri è preoccupato solo di fare soldi, non vuole neppure sentirne parlare del socialismo della Russia e sostiene che la vittoria spetta all’America, potenza moderna, maestra nella tecnologia e nella finanza. Mario e gli operai più svegli dicono che il lavoro delle casseforti è rischioso perché i tedeschi sanno dove siamo e cosa facciamo e possono caricarci tutti quanti sui camion insieme alle macchine e portarci in Germania. Qualcun altro più ottimista dice che non dobbiamo preoccuparci dei tedeschi, né di bombardamenti da parte degli alleati perché le casseforti non sono produzione bellica, al massimo i tedeschi le adoperano per proteggere i soldi che stampano loro stessi oppure gli ufficiali le regalano alle amanti per custodire i gioielli avuti in dono per le loro prestazioni. Nel frattempo sul Porto e sui quartieri più industrializzati di Genova s’intensificano i bombardamenti e sono aumentate anche le deportazioni dei nostri operai in Germania. All’ordine del giorno sono le raccapriccianti notizie di paesi dell’entroterra incendiati dai brigatisti neri che usano collaborazionisti, delatori e spie per portare avanti i rastrellamenti, gli arresti e le fucilazioni dei partigiani. Di fronte a tanta barbarie le azioni dei partigiani sulle montagne e dei resistenti in città si fanno sempre più audaci e coraggiose.
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