Umberto Lavezzari

Umberto Lavezzari — La mia Liguria: 1930-1958 lavorare per conto mio vorrei adottare un comportamento meno egoista. Intanto per darmi un contegno non viaggio più sul tram senza biglietto, anzi lo evito del tutto e faccio a piedi le quattro fermate tra San Sebastiano e l’officina. Quando è pronta una partita di casseforti, tutte belle e pitturate di verde scuro, arriva il camion tedesco a caricarle. Appena il veicolo entra in retromarcia in officina, il cancello di lamiera gli viene subito richiuso ed entrano in azione tutti i dipendenti perché Sampieri non vuole trattenere i tedeschi un minuto più del necessario. Il pagamento in contanti avviene sotto le sponde rialzate del camion. Io, che ho aiutato a rialzarle, mi metto di lato per vedere quanti soldi passano di mano, ma la transazione avviene talmente rapida che non riesco a vedere altro che mazzetti di biglietti da cento lire, belli, nuovi, tanti. Tra una stretta di mano e l’altra la faccia di Sampieri non torna tranquilla fino a quando il camion non è lontano. Dal canto mio, non mi rimane che pensare alla prossima paga del sabato sera quando un paio di quei biglietti da cento diventeranno miei per una settimana di lavoro. La ripetitività del lavoro al tornio mi permette di fischiettare ripetutamente l’aria della vecchia canzone ‘Quando era viva non l’ho mai baciata, e adesso che è morta la voglio baciar’ e le mie note arrivano ossessive alle orecchie del maestro Pietro, che lavora a pochi passi da me per fare l’ennesima inferriata. Mi manda a dire tramite l’apprendista Michele di smetterla. E anche gli altri operai, nonostante il rumore dei macchinari, sono stufi di sentirmi fischiettare sempre la stessa aria. Mortificato, zittisco. In un pomeriggio di quell’estate del 1944 Sampieri entra nel reparto meccanica e informa Angiolino che per cautelarsi da una possibile razzia dei macchinari da parte dei tedeschi, ha deciso di rinunciare a lavorare, di scavare una grande buca nel pavimento, metterceli dentro, ricoprirli con una soletta di cemento e aspettare la fine della guerra. Angiolino non è per niente sorpreso. Anche lui ha deciso di lasciare il lavoro di tornitore per ritirarsi nella sua casa di campagna raggiungibile solo a dorso di mulo, dove né tedeschi né fascisti oserebbero avventurarsi e dove gli aerei americani mai sprecherebbero le bombe. Lui e la moglie coltiveranno l’orto e torneranno in città a guerra finita. Sampieri è soddisfatto dell’inattesa risposta che lo esonera da doverlo licenziare, ma io sono preoccupato per le

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