Umberto Lavezzari

Umberto Lavezzari — La mia Liguria: 1930-1958 notizie che arrivano dal Porto e dai quartieri più industrializzati della città, dove i tedeschi saccheggiano e portano via ogni cosa. È facile pensare che esaurito il bottino da quelle parti si occuperanno quanto prima della val Bisagno. Gli operai staccano i fili della corrente dai motori e sbullonano i macchinari alla base. Noi garzoni spacchiamo il pavimento di cemento e diamo il via allo scavo. Dopo una settimana di estenuante lavoro siamo ancora in superficie. La terra rimossa ingombra e la scarichiamo con un carretto nel torrente Bisagno, ma è un lavoro per manovali forti, non per giovani che in tempi normali dovrebbero ancora andare a scuola e io quasi non ce la faccio più. Sampieri ha in mente solo il suo progetto e continua a spronarci. Una mattina mentre attraversiamo la strada per scaricare nel Bisagno, arriva a grande velocità dalla città una colonna di camion carica di brigatisti neri con frastuono di canti e sventolate di bandiere. Alla vista del carretto di traverso sulla strada gli autisti mettono le mani sul clacson e ci sorpassano sfiorandoci. A noi sarebbero bastati due minuti per spostare il carretto, ma non disponendo neppure di due secondi l’abbiamo abbandonato e siamo saltati sul marciapiede. Eravamo abituati alle incursioni aeree, ai bombardamenti, alle sparatorie della contraerea e al coprifuoco, ma qui lo spavento ci è toccato proprio da vicino. Per avere un’idea dei loro misfatti basterà aspettare il tardo pomeriggio quando torneranno in senso contrario suonando, cantando e gridando più forte del mattino. E per averne notizie dettagliate bisognerà aspettare il giorno dopo. Avevano bruciato le case a valle Buona, ma per fortuna gli abitanti, colpevoli di aiutare i partigiani, erano fuggiti nel bosco e si erano salvati. Le ispezioni si intensificano. Sampieri trasferisce in un locale nascosto la riserva del suo vino personale, costituita da due grandi damigiane e numerosi fiaschi e bottiglie. All’una del pomeriggio quando riprendono i lavori lui è ancora in casa e ci rimane fin dopo le tre. Chi dice: «Il padrone fa la siesta.» Chi commenta: «Beato lui!» Chi più scanzonato sentenzia: «Altro che siesta quello, dopo aver ben mangiato e ben bevuto scopa come un dannato.» Invece per me e un altro garzone addetti alla manutenzione delle macchine questa è l’ora di scendere nella buca, dove mancano lo spazio, la luce e l’aria, e dove dobbiamo asciugare l’umidità sulle macchine ed eliminare il fango in terra. Dopo questo snervante lavoro abbiamo imparato a rifocillarci con alcune generose sorsate di vino e

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