Umberto Lavezzari
Umberto Lavezzari — La mia Liguria: 1930-1958 riusciamo ad essere un tantino più allegri nel fare rapporto sullo stato delle macchine. Per me in officina questi non sono più i tempi di Angiolino quando facevo l’apprendista previlegiato, ‘figlio di papà’. Adesso aiuto qualche operaio con gli altri garzoni. Si lavora tutti con macchinari e impianti antiquati ed è sufficiente poggiare la mano su un bancone di ferro o mettere in moto un vecchio motore per ricevere una scossa elettrica tale da rimanerci mezzo stordito. Gli incidenti sul lavoro sono all’ordine del giorno ma vengono considerati pericolo minore delle retate dei tedeschi, dei fascisti, delle deportazioni e dei bombardamenti aerei. In officina c’è sempre rumore e si sente l’allarme della sirena solo quando gli aerei sono già sopra di noi. Sampieri ha perciò istituito un turno di guardia: uno di noi garzoni deve sostare un paio d’ore in strada e appena li sente arrivare rientra spedito a dare l’allarme. Durante il mio turno le ore passano lente e studio la strategia delle incursioni: gli aerei alleati partono dalla Corsica e per sfuggire all’avvistamento precoce volano a fior d’acqua sul mar Ligure fin sotto costa e lì si impennano il più verticale possibile. Allora entra in azione la contraerea e in città suona l’allarme. Ma a quel punto gli aerei sono già sulle alture, fanno un giro a trecentosessanta gradi, si gettano in picchiata sull’obiettivo, sganciano le bombe e riprendono la via del mare. Sul giornale il giorno dopo si leggerà la notizia di un certo numero di aerei abbattuti dalla contraerea, caduti in mare e subito inabissati. Per noia passo una parte del tempo seduto sul marciapiede, un’altra appoggiato alla ringhiera del Bisagno, un’altra ancora passeggiando avanti e indietro sul ciglio della strada e vedo passare qualche raro tram, carrette tirate a mano, biciclette e pedoni, per lo più donne e anziani. Alla finestra del primo piano c’è spesso la moglie di Sampieri, una cicciona dai capelli rossi e ricci, che mi saluta con un sorriso. Dopo averla contraccambiata, per rispetto non guardo più da quella parte per il rimanente del mio turno. È simpatica, non si dà arie da padrona e corre spedita quando il marito la chiama dall’officina con un fischio, come si fa con il cane. Diversamente vanno le cose al pianoterra, dove c’è un’osteria poco frequentata e buia, gestita da una donna anziana e arrogante, che però impiega una bella ragazza. L’avevo già notata quando passavo con il tram per andare in farmacia, ma adesso che sono a pochi passi da lei l’entusiasmo mi fa perdere la pace dei sensi. Cerco di avvicinarla, ma più m’avvicino più fa la smorfiosa.
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